30 giugno 2003

Al di là del soldo

di Manilo Busalacchi

Il Veneto. Ci vivo da quattro anni; mi muovo in un perpetuo slalom tra cose, persone e situazioni.
Non ho scelto questa terra, è vero, ho scelto invece la compagna di vita, che vi abitava, e mi ci sono ritrovato. Si sa, è un mondo a se, un'anomalia rispetto al resto dell'Italia, ma di casi limite ne so qualcosa, dato che la mia Sicilia non brilla per invisibilità e situazioni medie e pacate.


Mi sono fermato più volte, e ho voluto capire, a volte sono rimasto attonito, altre volte inconsapevole e condizionato. Vicenza poi ne è la summa, e non è una gran cosa, il risultato non è una gradevolezza media, ma un affievolimento dei colori. Non siamo nella Verona composta per decreto regio, o nella Venezia fastosa all'insegna della memoria andata, e tanto meno nella Padova polimorfica e vivace. Vicenza riassume i vizi, e la decadenza culturale di un popolo che sta perdendo la sua identità storica, che reagisce e che attacca rantolando nel buio dell'insensato. Eppure i libri di storia parlano di un altro Veneto, che oggi non scorgo, che vorrei amare, ma di cui posso solo constatarne l'assenza.

Oramai non mi stupisco, guardo e ingoio, e continuo ad alimentare una speranza vana. Solo un distratto commentatore, recentemente, poteva stupirsi del maggior numero di incidenti stradali mortali mediamente consumati in Veneto rispetto alla, tristemente, plurititolata Campania. Non mi stupisco no, perché ogni giorno vedo con i miei occhi, schiere d'auto rincorrersi impazzite nell'assurda e terrorizzante presunzione di ragione preventiva. Ai semafori appena verdi, si sfila con accelerazioni degne della migliore Ferrari, e non può esistere certezza, un vecchietto appena in ritardo o un distratto; no, e se accade cavoli suoi.

Migliaia di persone che si muovono in città prese dalla frenesia di fare, di aggiungere qualcosa. Qua si lavora, va bene, ma il benessere è fine a se stesso, non è reinvestito in cultura, in strutture, in strutture sociali. Dialoghi rarefatti, ridotti all'osso, finalizzati al patteggiamento del soldo, perché al di fuori di questa logica, per loro, c'è solo l'improduttività meridionale, il crogiolarsi, il perdere tempo. Mi stupivo le prime settimane, ora non più, quando dal saluto diurno, il buongiorno, si passava di filato, appena dopo le cinque, alla buona notte.

E la sera, la buona sera, dov'è? L'ho scoperto, non c'è, cosa credete, qui si produce, si va subito a casa, cena, TV e via a letto. Domani è un nuovo giorno, di lavoro. Qualcuno mi disse: vedrai, qui non siamo in Sicilia, si lavora, sarai stanco e vorrai andare a letto anche tu presto. E' vero, sono stanco e lo faccio anche io, ma quando voglio io, a volte alle nove di sera, raramente, e a volte alle cinque del mattino, perché no, se ho un libro dinnanzi che mi intriga.

Bisogna lavorare, ben venga, ma a volte la sveglia suona alle cinque e trenta e vado in bici, va bene così, e poi a lavoro, si, puntualmente, ugualmente.
Si parla solo in gruppo, e delle solite cose, del contingente all'insegna del pettegolezzo, del superfluo, che può andar bene, purché non si protragga nel tempo, e non sia l'unico motivo. Vedo coppie, come questa sera, separati da una pizza e muti, non sapevano cosa dirsi. Li ritrovi li, alle sette del pomeriggio, perché domani è lunedì e si lavora. Lavoro, lavoro, un ossessione. Ma dove sono gli sguardi di fuoco? La voglia di vivere, di centellinare le parole, di cavarsi dentro? Scoprirsi, manca questo incipit, manca la voglia e avanza l'indifferenza.

In uno dei comuni più ricchi d'Italia il reddito medio mi vedrebbe ricco e pante, ma per la legge della divisione dei polli è tutt'altra cosa. Ricchi sfondati da una parte, con l'ultima Ferrari a diciotto anni virgola una ora, e dall'altra acomunitari, iperpresenti e additati, con una mela da dividere per tre ogni sera. Ma di che si lamentano, siamo nell'era delle diete, meglio averle gratis, direbbe qualcuno. Teatri, cinema, associazioni culturali, strutture sociali, niente, non se ne parla nemmeno, piuttosto preferiscono investire i soldi in borsa, che se li perdono almeno ci hanno provato.

Tutto sembra fatto contro e non per. Le regole, ossessionanti, non sono quelle che ritrovo altrove, non sono preposte a migliorare la convivenza civile, ma a limitarla, a punirla, in una sorta di piacere sadico e repressivo. Se vai in libreria, alle sette e venticinque, al massimo, devi correre alla cassa o riporre il libro nello scaffale, e via. Non esiste tempo, spazio alle incertezze, piacere per la comunicazione e condivisione di un momento. Esagero? Non so, forse. Quello che mi manca del meridione del mondo è la possibilità di emergere, di potere guardare qualcuno negli occhi, di sferrargli un pugno oggi, ma di diventarne, domani, amico a vita, per la pelle, in un connubio altrove sconosciuto. Lottare, si, la possibilità di farlo per qualcosa, qualcuno, o semplicemente un'idea, piuttosto che contro tutto. Preferisco le contraddizioni, gli estremi, a questa calma piatta inscalfibile.

Vogliamo vivere, volete vivere? Manca il piacere per l'intenso e la capacità di goderne. Se, con la mia moka, riempio l'imbuto con troppo caffè qualcuno sorride con scherno, il solito meridionale, pensa, chissà come sarà concentrato. Che lo facciano come vogliono, loro, che prendano come misura il torbido mare veneziano per dosarlo, che aggiungano quanta acqua vogliono. Ma che smorzino, per favore, quel ghigno.

Questa sera non ce l'ho fatta, rientrando in macchina osservo schiere di girasoli per i campi in due filari ad avvolgere la strada, un giallo intenso in combutta con il sole che a quell'ora li intingeva. Ho un sussulto, per un attimo fermo il mio sguardo, li vedo tutti rivolti allo stesso lato, con la faccia, dal grande occhio nero e le ciglia gialle, opposta al sole! Ma che gli avete fatto? In qualunque parte del mondo, dalla notte dei tempi, un girasole è sempre rivolto al sole, me lo hanno insegnato in seconda elementare, e fino a ieri ci ho creduto. Qui no, i girasoli girano le spalle al sole. Sono stanchi anche loro? Non hanno voglia di corrispondenze, di vivere tra i lancinanti raggi e, quando è l'ora, di morire? Sono di plastica? Li ha posizionati uno per uno Galan rispettando, immagino, così l'unico impegno elettorale oltre al muso duro contro qualunque cosa è extra-Veneto? Li avrei presi uno per uno, oggi, li avrei falciati, affinché la vergogna della natura non fosse palese e definitivamente incombente. Li avrei ingoiati pur di farli sparire, affinché Vincent Van Gogh non se ne abbia a rivoltare sulla tomba, nel dubbio d'aver sbagliato una prospettiva.

Poco più in la, la solita scritta: Veneto Stato, che qualcuno scrive di giorno e di notte qualcun altro ritocca, storpiandola. Quest'oggi ho visto qualcosa in più, e di meglio, qualcuno ha anteposto alla parola "Veneto" il segno meno e a "Stato" il segno più. Meno Veneto e più Stato, quindi, sono d'accordo, nell'intento, però, che questa regione diventi fiera di essere italiana e che non abbia timore a mostrarlo. Vorrei essere anch'io fiero di vivere in Veneto, vorrei amare questa terra come la mia Sicilia. Vorrei che qualcuno me ne desse la possibilità, vorrei lottare per questo. Vorrei che qualcuno avesse la voglia di lottare al mio fianco, al nostro fianco.
Al di la del soldo, al di la dell'interesse.